Uscivo vestito con una tuta mimetica militare, indossavo anfibi di cuoio rosso alti fino ai polpacci; un tascapane colmo di granate a tracolla che penzolava alla mia destra, un altro che mi pendeva a sinistra colmo di caricatori pieni, caricatori con sopra stampigliato l'acronimo CCCP, caricatori di un'arma sovietica. Infatti imbracciavo un Kalaschnikov, il più venduto e preciso e micidiale fucile a ripetizione, sovietico appunto.
Lasciavo la mia macchina in garage; prendevo la mia volgarissima bicicletta da donna scrostata e con le ruote un po' sgonfie; evitavo accuratamente le strade affollate e mi dirigevo al mio vecchio Liceo pedalando velocissimo, ma rimanendo composto. Nemmeno sudavo un po'.
Arrivavo all'ingresso del Liceo. Lasciavo la bici accanto al marciapiedi con un pedale appoggiato sullo scalino di travertino a tenermela pronta per il ritorno. Salivo le scale entrando nel portone verniciato di fresco. Mi veniva incontro Arcangelo, il bidello più anziano, col dito indice della destra premuto sulla bocca.
-Non fare casino, ché già sono iniziate le lezioni.
Lo abbattevo con una brevissima raffica. Mi inoltravo nel corridoio. Da una delle aule usciva fuori dalla porta il professor Trincia.
Un colpo solo, in mezzo alla fronte.
Ma lei dov'è?
Via di corsa alla porta della terza B. La spalancavo. I maschi erano tutti saltati già fuori dalle due finestre nel cortile. Al centro dell'aula le cinque ragazze in lacrime che si abbracciavano;alla cattedra la professoressa Salimei irritatissima con me.
Due colpi, uno al cuore, uno al fegato.
-Dov'è lei? Urlo alle ragazze.
-Non è venuta oggi, le sono arrivate le mestruazioni.
Come alla fine di ogni mese, dannazione.
Due raffiche veloci e le cinque ragazze giacevano scomposte e senza vita.
Nel corridoio intanto era tutto un urlo e una corsa, come una mandria di bufali selvaggi. Uscivo per ammazzarne qualcuno; mi travolgevano, perdevo il Kalaschnikov, qualcosa mi aveva colpito duro sulla fronte, perdevo molto sangue e sentivo il cuore a mille all'ora.....
Mi aggrappo al comodino, sudatissimo e ansimante. Ci devo aver dato una gran zuccata in uno degli ultimi movimenti inconsulti del mio sonno turbolento, azzannato da un incubo, un attimo prima di rovesciarmi sul pavimento. Un movimento riflesso mi ha consentito di evitare la caduta e di aggrapparmi a quel coso.
Ho bisogno di bere. Vado in cucina, stappo una bottiglia di acqua minerale e bevo a garganella, senza riprendere fiato.
Ghigno: povera Rosalba, non saprò mai cosa volevo farle se salvarla e portarla via con me oppure maciullarla di proiettili. Era la mia ragazza; volevamo sposarci e fare molti figli, poi invece era arrivato lo stronzo da Milano o giù di lì e se l'era portata via.
Torno a letto, non sono nemmeno le quattro ma stanotte penso di non dormire più. Invece crollo e quasi non sento la sveglia che trilla lugubre alle sette meno cinque.
Quando finalmente la sento è al centesimo squillo e sono già le sette passate da dieci minuti. Salto fuori dal letto come una cavalletta assalita da un condor. Mi rado la barba, mi lavo il muso, bevo un caffè e schizzo fuori di casa verso la mia macchina perché ho un appuntamento precoce col sindaco, dal quale vorrei ottenere un paio di permessi un po' ai limiti dei regolamenti e non voglio farlo incazzare per un minuto di ritardo.
Parcheggio in uno spazio fortunatamente vuoto tra la Casa Comunale e il mio vecchio Liceo.
C'è un tizio che sta salendo i gradini di accesso a due a due. Indossa una tuta mimetica militare; ai piedi anfibi di cuoio rosso alti fino ai polpacci; un tascapane a tracolla gli penzola a destra, un altro ben pieno gli pende a sinistra (ma questo è il mio sogno, che ci fa lui nel mio sogno?); in testa ha un elmetto americano di quelli che ci hanno fatto vedere in mille film (che c'entra l'elmetto? Io non avevo l'elmetto); imbraccia un fucile, (non è un Kalaschnikov ma un volgarissimo canna mozza a pompa). Eh no, bello mio, così non si fa!
Gli corro dietro, mi sta davanti solo pochi passi nell'androne quando lo apostrofo di brutto grugno.
-Ehi tu, amico! Guarda che non puoi cambiare il copione, gli grido; questo sogno è mio e io ne ho tutti i diritti. Togliti quell'urinale dalla testa, procurati un Kalaschnikov e butta via quello schizzapiselli.
Mi guarda con un ghigno perverso sulle labbra mentre mi punta addosso il suo fucile.
Il primo colpo fa un botto infernale. Mi prende dritto nello stomaco. Non fa tanto male ma brucia da matti.
-Che fai stronzo? È alla testa che si mira e togliti quell'elmetto che ti sta scivolando sul naso e non ti fa vedere niente.
La seconda botta ripercorre la strada della prima e me ne allarga la caverna.
Il bruciore è passato. Adesso sto seduto per terra con la schiena appoggiata al muro, intorno a me liquido vischioso e nero, che odora strano.
L'usurpatore del mio sogno mi sta davanti e ghigna. Mi tiene sempre il canna mozza a pompa puntato addosso. Ride. Conosco quel sorriso, quei denti bianchissimi, quegli occhi chiari, trasparenti: il sorriso di Rosalba, i denti bianchissimi di Rosalba, gli occhi chiari di Rosalba.
Sono le ultime cose belle che vedo prima che la terza botta mi esploda sulla faccia.